Referendum, le ragioni del nostro no

di Mario Adinolfi, tratto da La Croce del 31 agosto 2016

Sul referendum costituzionale sono piovute le pregiudiziali ideologiche e non si riesce più a capire su cosa si andrà a votare a novembre in quello che sarà il caldissimo autunno italiano. Tra meno di novanta giorni il panorama politico sarà radicalmente cambiato, qualsiasi sia l’esito della consultazione referendaria: decideranno gli italiani, decideremo noi, ma sappiamo bene su cosa siamo chiamati a votare?

Io, lo dichiaro subito, andrò a votare no al quesito che mi verrà posto. Tra la Costituzione scritta da Alcide De Gasperi, Aldo Moro, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni, Nilde Iotti, Sandro Pertini e quella riscritta da Maria Elena Boschi e Denis Verdini continuo a preferire la prima, nonostante i segni dell’età siano evidenti. Ma la riforma non è buona purchessia, esistono le cattive riforme e le buone riforme. Complessivamente quella voluta da Matteo Renzi è una cattiva riforma, dunque voterò no, voteremo no come Popolo della Famiglia secondo le deliberazioni assunte dalla nostra assemblea nazionale dell’11 giugno scorso. Non tutto delle riforma costituzionale è da buttare, ma essendo costretti a scegliere in maniera secca tra un sì ed un no, la scelta sarà per il no. Voglio dire subito che ci sono persone, anche nel Popolo della Famiglia, anche nel variegato mondo cattolico, che hanno dei dubbi o che sceglieranno il sì: rispetto la loro decisione, la considero un errore ma la rispetto. Il terreno referendario è stato trasformato da alcuni in un terreno “etico”, ma non lo è. Il Popolo della Famiglia è nato per combattere a difesa della vita e della famiglia, per i diritti dei soggetti più deboli, a tutela dei principi non negoziabili. Le riforme costituzionali non appartengono a questo territorio, si possono avere tranquillamente opinioni difformi o addirittura divergenti, senza perdere alcuna delle caratteristiche che ci vedono uniti sulle battaglie nel territorio bioetico. Anche perché, lo ripeto, la confusione sul merito della riforma regna sovrana.

Ho scritto io stesso dei pericoli insiti nel percorso riformatore avviato da Renzi, personalità e personaggio che conosco bene: il timore per la costruzione di un sistema di fatto autoritario, dove un partito con poco più del venti per cento dei consensi del corpo elettorale può ottenere un potere immenso e di fatto incontrastabile, è anche il mio. Un timore che è aumentato dopo aver visto il renzismo occupare militarmente la Rai, porre la questione di fiducia sulla riforma della legge elettorale e addirittura (dopo aver esplicitamente negato che l’avrebbe mai fatto) su una normativa di coscienza come quella sulle unioni civili omosessuali. Forzature mai viste in un’aula parlamentare che fanno crescere i dubbi sulle modalità con cui verrebbe gestito il potere dal premier fiorentino se gli fosse consegnato secondo il combinato disposto della legge elettorale e della riforma costituzionale.

Ma, dobbiamo spiegarlo con chiarezza ai nostri elettori, la trave portante di questo rischio autoritario non è sottoposta a referendum, non è contenuta nel quesito su cui voteremo a novembre. La legge elettorale denominata Italicum è infatti pienamente in vigore dal luglio scorso e non sarà toccata dall’esito del voto. Sarà un altro il passaggio determinante per la vita di quella riforma e si terrà il 4 ottobre quando conosceremo le valutazioni della Corte costituzionale su tale legge elettorale. La Consulta ha bocciato la precedente perché ha considerato abnorme il premio di maggioranza e incostituzionale il meccanismo della lista bloccata che non permette ai cittadini di scegliersi i parlamentari. Nell’Italicum il problema non pare risolto: il premio di maggioranza è sempre molto ampio (anche se viene assegnato dopo un ballottaggio tra le due principali liste del primo turno, sempre che nessuna abbia superato il 40% dei voti) e la stragrande maggioranza dei parlamentari viene eletta con i meccanismi del capolista bloccato, scelto dunque dalle segreterie dei partiti, mentre solo una parte minoritaria dei deputati verrebbe eletta tramite preferenze. Ma, lo ripeto, questa riforma non viene toccata dal referendum. E’ stata scritta e immaginata da Renzi sull’onda della vittoria schiacciante alle elezioni europee della primavera 2014, quando il Partito democratico superò appunto il 40% dei voti: lo scenario politico appena un biennio dopo appare radicalmente cambiato. L’Italicum oggi appare come una legge perfetta per il Movimento Cinque Stelle, che infatti si dice indisponibile a modifiche nel mentre si fa protagonista di una campagna per il no al referendum in giro per l’Italia. Eppure il pericolo maggiore per la democrazia passa proprio da quella legge elettorale che consegna al vincitore una maggioranza schiacciante che, se passasse la riforma costituzionale con la fiducia al governo assegnata dalla sola Camera dei Deputati, potrebbe permettere ai grillini l’assoluto strapotere in Parlamento. Così la valenza “etica” sbandierata da alcuni di rimuovere Renzi da Palazzo Chigi si trasformerebbe nella consegna delle chiavi di un potere fortissimo nelle mani di un seguace di Beppe Grillo. Un risultato francamente poco auspicabile.

Comunque, lo ripeto, sulla legge elettorale non si vota. Vincessero i no, non ci sarebbero i numeri in Parlamento per modificarla perché i grillini si ritrarrebbero da qualsiasi ipotesi d’accordo: loro adesso vogliono il tanto vituperato Italicum. Ma vedremo cosa deciderà la Corte costituzionale il 4 ottobre. Noi intanto dobbiamo prepararci al voto di novembre, provando a capire seriamente perché votiamo no alla riforma costituzionale. I motivi sono fondamentalmente tre:

1. Perché è una riforma confusa che trasforma la Costituzione in un pasticcio. La finalità sarebbe quella di rendere più snello l’iter normativo e invece lo incasina con un bicameralismo imperfetto in cui le competenze del Senato non sono chiare e i costituzionalisti hanno contato più di dieci modalità diverse con cui si produrranno norme sulla varie materie, con un ruolo del Senato ambiguo e foriero di contenzioso presso la Corte costituzionale. Oggi con il bicameralismo perfetto l’iter di approvazione di una legge di iniziativa governativa (la quasi totalità delle leggi, ormai) non supera i sei mesi. Le ambiguità del testo della nuova Costituzione provano ad essere arginate dall’introduzione dell’istituto del disegno di legge ad approvazione “a data certa”, che con ogni probabilità si trasformerà in un boomerang di lavoro inutile e termini oltrepassati.

2. Perché è una riforma centralista. La riforma punta a riportare presso lo Stato centrale molte delle competenze che erano state assegnate alle Regioni, compensando questa privazione con l’istituzione del Senato composto da consiglieri regionali, che però saranno portatori degli interessi dei partiti che li eleggono e non dei territori da cui provengono. I senatori campani non faranno l’interesse della Campania, ma del Pd, del M5S e di Forza Italia aggregandosi secondo i gruppi politici nazionali. In più non viene abolita la Conferenza Stato-Regioni, dove siedono i presidenti di Regione, con una tripartizione dunque tra governo centralista, Senato delle Regioni e Conferenza Stato-Regioni che sarà foriera di ulteriore confusione e conflitto continuo, risolto con ogni probabilità da logiche centralità che contraddicono il principio di sussidiarietà.

3. Perché è una riforma priva di contrappesi reali. Nello schema del giugno 2014 con il Partito democratico di Renzi al 40.8% e al governo nella stragrande maggioranza delle Regioni, un solo partito avrebbe di fatto potuto eleggersi da solo il presidente della Repubblica, i giudici della Corte costituzionale, i membri del Csm senza dimenticare il dominio della Rai. Qui ovviamente pesa la questione dell’Italicum che, come spiegato, non è oggetto di referendum. La novità è che lo scenario politico è cambiato e ora un potere simile potrebbe essere messo nelle mani del M5S che, come si è visto alle amministrative 2016, è destinato a vincere qualsiasi forma di ballottaggio compreso quello nazionale immaginato dall’italicum. Il problema resta analogo: messa nelle mani di chiunque questa riforma costituzionale è pericolosa, anche ai danni di coloro che l’hanno immaginata e scritta.

Per questi motivi concreti è consigliabile a novembre votare no al referendum. Conosco le controdeduzioni: chi vota no vuole tenersi l’esistente. Non è una argomentazione debole, perché l’esistente è pessimo, ma non è colpa dei meccanismi costituzionali, alcuni dei quali arrugginiti, altri pletorici, altri ancora inutilmente costosi, ma nessuno di questi argomenti mi convince a premiare con un voto favorevole la riforma Renzi-Boschi-Verdini.

La partita è ancora lunga e passa inevitabilmente attraverso la decisione del 4 ottobre della Corte costituzionale sull’Italicum. Sembrava blindato, ora gli interessi del sistema vanno verso la modifica della normativa e probabilmente la Consulta darà una mano a questa esigenza di molti, se non di tutti, tranne il Movimento Cinque Stelle che appare essere il beneficiario vincitore del momento. E qui sta il punto: non si possono scrivere riforme a seconda delle convenienze del momento, perché le convenienze e i momenti sono mutevoli. Cambiano. Non cambia invece la mia decisione già spiegata mesi fa di votare no al referendum, senza volerne fare una crociata e rispettando chi dovesse propormi argomentazioni diverse che conducano a una diversa decisione nel segreto dell’urna. Una cosa non dobbiamo consentirci, però: agire per spirito di rivalsa o, peggio, di “vendetta”. Il grido del Family Day (“Renzi ci ricorderemo”) è un grido politico che rimane intatto: come Popolo della Famiglia ci ricordiamo che non hai voluto tenere in alcun conto né hai voluto costruire almeno un tavolo di dialogo con milioni di cittadini che nella fase di decisioni delicate il governo aveva il dovere di ascoltare. Il no al referendum non diventa però un gesto di ripicca, ma un voto che parte dalla valutazione di quel comportamento. Hai preferito dare soddisfazione, caro premier, ad una lobby che conta qualche migliaio di agguerriti e colorati adepti cari ai media, piuttosto che a un popolo. Oggi ti ritrovi con venti unioni omosessuali celebrate e un popolo intero, quello cattolico militante da cui pure provieni avendo partecipato spalla a spalla con me al Family Day del 2007, che ti ha voltato le spalle. Hai perso sintonia anche con un altro popolo, quello “rosso” che mostra di non sopportarti e dai partigiani dell’Anpi a Rodotà, da D’Alema a Sabrina Ferilli ora è pronto a presentarti il conto.

Contro la piazza bianca e la piazza rossa, caro Renzi, non si può vincere avendo tu percepito nel paese anche il fastidio dell’onda antipolitica sempre più deflagrante e la delusione dei ceti produttivi, fatti salvi i ricchissimi di Confindustria che stanno più o meno sempre con chi comanda.

Credo che Renzi perderà il referendum ma non metteremo per questo le bandiere alle finestre. La “cacciata di Renzi” non è un fine perché sarà il presupposto al trionfo del grillismo. E grillismo e renzismo sono due facce della stessa medaglia: partiti con motivazioni anche forti e nobili di palingenesi del sistema politico, si sono arenati su un territorio avaloriale, privo di disegno e di spinta etica. Rispetto a queste due opzioni non faccio il tifo, non voglio vedere dimissionario Renzi per far posto a Grillo. E mai darei in mano a chiunque dei due i poteri derivati dal combinato disposto di Italicum e nuova Costituzione.

Per questo voteremo no e agiremo per l’avvio di una stagione realmente costituente, per una riforma seria della Carta nella prossima legislatura a cui collaboreranno con sincera tensione verso il bene comune i parlamentari eletti alle prossime politiche dal Popolo della Famiglia.

Il presidente del consiglio Matteo Renzi durante la trasmissione televisiva "Porta a Porta" condotta da Bruno Vespa, Roma, 16 giugno 2015. ANSA/ANGELO CARCONI
Il presidente del consiglio Matteo Renzi durante la trasmissione televisiva “Porta a Porta” condotta da Bruno Vespa, Roma, 16 giugno 2015. ANSA/ANGELO CARCONI
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