Testimonianza o militanza?

Questo agosto 2016 è stato attraversato nel mondo cattolico dalla dicotomia testimonianza vs militanza. Senza voler aprire qualsiasi polemica con Comunione e Liberazione o con il Meeting di Rimini, non possiamo negare di essere rimasti interrogati dalle parole rilasciate da Carron al Corriere della Sera che promuovono la testimonianza e bocciano la militanza. Davvero dovremmo rinunciare a combattere lasciando che il cristianesimo cresca e fiorisca a partire dalle nostre personali opere di bene? Essendo “buoni cristiani” saremo visibili testimoni di Cristo e questo basta? Nel linguaggio della contemporaneità cosa significa questo? In sostanza la proposta è quella di essere brave persone senza spigoli e “aperte al dialogo”, ovviamente rivolte a una dimensione propositiva: “essere per e non contro” è uno dei mantra dei testimoni. Essere “contro i falsi miti di progresso” diventerà così peccato grave? Ma è anche solo semplicemente immaginabile una testimonianza che escluda la dimensione del combattimento? Sembra una proposta piuttosto egotica: “guardate come sono bravo e imitatemi”, dice il testimone. Senza dirlo, evidentemente, con una sommessa ipocrisia. Il militante di solito è più malandato, allo specchio non si rimira con benevolenza, ma è uomo da battaglia e individua “un oceano di problemi” e contro essi si batte, di solito pagando prezzo. Dunque meglio il testimone in fondo narciso che si propone come silenzioso esempio o il militante gravato di peccati che li maschera combattendo valorosamente? Non sappiamo. Forse servirebbe una generazione di testimoni militanti, altrimenti di questo tempo terrificante che vuole spingere l’uomo verso il nulla non resteranno che macerie, anche tra i cristiani che avranno perso tempo a farsi la guerra tra loro.

JULIAN CARRON
JULIAN CARRON
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