Vendola e gli spot all’utero in affitto

Nichi Vendola è diventato il testimonial dell’utero in affitto, pratica vietata dalla legge 40, punita con il carcere fino a tre anni e un milione di euro di multa, definita durante il dibattito sulla legge sulle unioni gay anche da chi nella maggioranza le ha promosse e approvate “un abominio”. Se questa pratica è un abominio, se in Parlamento per indorarci la pillola ci avete pure votato sopra una mozione, se eravate arrivati a chiedere il “reato universale”, cioè che fosse perseguibile ovunque fosse commesso, perché ora da quegli stessi ambienti che incredibilmente si autodefiniscono “di sinistra”, si fanno gli spot a questo ennesimo divertissement per ricchi che sfruttano e umiliano i poveri strappando loro i figli che partoriscono? Ma come si fa a prendere uno che faceva il leader comunista e a non ridergli in faccia ora che con i soldi incassati solo e soltanto con il “lavoro” di politicante (queste sono persone che non hanno mai fatto un’ora di lavoro vero in vita loro) va a prendersi per 160mila euro il figlio di una donna che glielo vende perché in condizione di bisogno? E il rispetto del corpo della donna? E la questione dello “sfruttamento dell’uomo sull’uomo”? E il meraviglioso tema dell’alienazione (mai parola fu più precisa nell’analisi marxiana, ora che siamo arrivato addirittura alla madre che aliena il figlio) che fine fanno nella riflessione di costoro?

Ma, soprattutto, perché i giornali continuano a fare propaganda a una pratica che è un reato? Due pagine di Francesco Merlo che eufemisticamente potremmo definire agiografiche per i Vendolas su Repubblica. Ieri sul Corriere della Sera un lungo video dedicato a Sonia Cellini, 46 anni, bolognese che racconta di essere priva di utero e di ovaie e di aver risolto il problema andandosi a comprare ovuli e affittare uteri a Kiev. E vai con due bambini, vai con la partoriente ucraina che dice “ho fatto solo il mio lavoro”, vai con le forze dell’ordine che le bussano a casa perché la pratica è illegale e perché dire all’anagrafe che è figlio tuo chi figlio tuo non è ma te lo sei andato a comprare in un paese povero è reato anch’esso. Ma, come ci spiega il Corriere della Sera, questa è “una storia a lieto fine”. Qual è il lieto fine? Che le leggi sono state totalmente ignorate, le denunce archiviate e questi bambini sono stati strappati alla loro madre che ha la colpa di essere ucraina e bisognosa di soldi, da una ricca bolognese che he trasformato i “figli” in un oggetto di mera transazione finanziaria. Cioè, in cose. Ma per il principale quotidiano della borghesia italiana questa è “una storia a lieto fine”.

Così, diamo un lieto fine anche alla vicenda dei Vendolas. Si sono comprati un “figlio” esaltando Francesco Merlo e Repubblica? Il Corriere della Sera non poteva essere da meno, dunque ci informa del fatto che “Nichi e Ed” starebbero “pensando a una sorellina per Tobia”. Quando un papà e una mamma pensano a voler “dare una sorellina” al proprio figlio maschio, ecco che con ogni probabilità arriverà un secondo maschio. Ma qui siamo nel tempo che evita questi rischi, se sei i Vendolas il pericolo di questi orridi omofobi tradizionalisti che ancora per aver un figlio fanno l’amore lo eviti, non fai di questi errori, metti mano al portafoglio. E che problema c’è, si prendono altri centosessantamila euro dai soldi presi da politicante, si danno (in parte) ad una poveraccia che ne ha bisogno per mandare i figli che non vende all’università, ed ecco fatto lo splendido miracolo della “omogenitorialità”. Benedetto dal giornale della borghesia come dal giornale della “sinistra”. Avvenire ci informa intanto che non dobbiamo usare “un linguaggio troppo duro” e dunque diremo, semplicemente, che non ci sembrano storie a lieto fine. Ci sembrano storie di un tempo disastroso, dove manco la legge serve più, servirebbe coscienza di quello che si sta facendo, delle ferite inferte ai più deboli a partire da quelle povere donne e da quei poveri bimbi, a cui un giorno dovranno raccontare che la mamma che li ha partoriti se li è venduti come un pacco postale e che per quel tipo di “amore” c’è una tariffa fissata ed è piuttosto salata. Sono venuti al mondo con il cartellino del prezzo attaccato al cordone ombelicale. Un giornalismo che fosse anche solo un poco umano e non prono ai potenti e ai nuovi business, inorridirebbe. Invece gongola e si esercita in video e paginate pubblicitarie. Verrà un giorno in cui quelle pagine saranno recuperate e raccontate con disprezzo e quelle firme saranno disonorate e citate come esempio di collaborazionisti del ventunesimo secolo.

striscionelacroce

2 thoughts on “Vendola e gli spot all’utero in affitto

  1. Raffaele Girotto il said:

    Ecco lo spot per la secondogenita. Naturalmente senza errori o imprevisti. Tutto programmato, previsto, pulito, senza rischi. Come dicevano a Milano? Lavoro, guadagno, pago, pretendo!

  2. Valerio il said:

    Grazie. Continuate a dire semplicemente la verità, questo ci aiuta a superare lo smarrimento che ci coglie di fronte a queste derive. A volte viviamo il disagio di chi sembra aver imboccato l’autostrada al contrario.